Dalle nanofibre alla meccatronica, i progetti Unibo-pmi funzionano

La collaborazione tra Pmi e Università di Bologna? Strategica, importante e anche con esempi virtuosi. Parola di Andrea Zucchelli, Professore del Dipartimento di ingegneria Industriale, instancabile organizzatore di progetti e relativi workshop in cui lavorano fianco a fianco studenti, ricercatori e professori dell’Università di Bologna insieme a tecnici delle imprese, grandi e piccole.

 

Come può funzionare questa collaborazione?

Ci sono relazioni classiche e consolidate: le collaborazioni tra docenti universitari e Pmi che vengono regolate da veri e propri contratti, attraverso attività mirate. Esistono anche le tesi in azienda grazie alle quali gli studenti entrano in stretto contatto con le realtà aziendali e che permettono di avere una buona contiguità tra il mondo accademico e le aziende stesse per iniziare a sviluppare percorsi di ricerca. A queste tipologie di collaborazioni ed interazioni ho aggiunto anche un’altra metodologia che nasce dall’idea di sviluppare dei veri e propri progetti collaborativi nei quali vengono coinvolti gruppi di studenti.

Già in passato il Prof. Gabriele Vassura, durante i suoi insegnamenti, sviluppava progetti in forma collaborativa tra gruppi di studenti di ingegneria meccanica ed aziende del territorio. Partendo da questa idea ho voluto ampliare la pregressa esperienza costruendo gruppi di studenti misti nei quali ingegneri meccanici e dell’automazione collaborano insieme su tematiche fornite da aziende del territorio.

Quindi, dei veri e propri piccoli team tecnici completi che sono in grado di affrontare progetti meccatronici anche complessi e che entrano in stretto contatto con le realtà aziendali. I progetti vengono periodicamente revisionati in modo collegiale durante le mie lezioni ed il contatto stretto con le aziende viene realizzato grazie a revisioni periodiche che i referenti tecnici fanno insieme agli studenti e ai docenti che supportano i gruppi.

L’aspetto virtuoso è la modalità con cui questi studenti entrano da subito in contatto con le aziende. E per molti tecnici delle imprese è come tornare all’università, o entrarci per la prima volta, con la freschezza e l’entusiasmo che gli studenti e i docenti e ricercatori hanno nel volersi confrontare con loro. Nei team entrano, a volte, anche i responsabili delle risorse umane che possono valutare come i ragazzi interagiscono con le aziende e possono, nel contempo, coadiuvare il loro ingresso nelle aziende stesse.

Al termine di questo percorso formativo organizzo un Workshop nel corso del quale gli studenti presentano davanti ad una platea di professori, ricercatori e referenti aziendali i progetti che hanno sviluppato. La carica motivazionale è molto alta: ai workshop in cui gli studenti presentano i progetti, partecipano e si collegano un centinaio di persone molte delle quali sono esterne alle aziende che hanno fornito le tematiche tecniche. Questo crea una forte responsabilizzazione da parte degli studenti, che diventano contemporaneamente autori e protagonisti del proprio lavoro.

Non da ultimo va evidenziato come, grazie a questa esperienza, gli studenti che provengono da percorsi di formazione differenti imparino a collaborare in gruppo per sviluppare progetti ad elevata complessità tecnica.

 

Quali progetti sviluppate?

Progetti di meccatronica, meccanica e automazione in gruppi misti, con studenti che provengono da percorsi anche molto diversi. Gruppi eterogenei che si omogenizzano lavorando in un bel progetto.

Cosa scaturisce da questi progetti? Buone idee per futuri prototipi, ad esempio ma non solo. Con un’azienda Cna abbiamo sviluppato, per esempio, un progetto meccatronico completo che partendo da una necessità concreta si è tradotto in un prototipo fisico funzionante, completo di software di controllo, al termine del percorso formativo. Con un’altra Pmi è stato impostato un progetto che successivamente è stato fisicamente realizzato da un Istituto tecnico del territorio. Quindi, i progetti che vengono sviluppati possono avere diversi livelli di sviluppo.

 

Nei suoi progetti, dunque, sono coinvolte aziende piccole e grandi, esperienza non sempre diffusa, spesso a scapito dei più piccoli. Come ci riesce?

Direi con una particolare attenzione al dialogo, entrando in punta di piedi nelle aziende, sempre disponibile ad ascoltare. Gli studenti ci mettono la stessa passione sia che lavorino con grandi che con piccole realtà industriali. Peraltro, le piccole imprese sono delle vere combattenti, abituate a muoversi in modo flessibile e rapido per stare sul mercato. Dal lato universitario queste forme di collaborazioni sia con le Pmi che con le Gi sono sempre molto interessanti e stimolanti poiché ci permettono di entrare in contatto con problematiche reali e, talvolta, ci permettono di conoscere tecnologie sviluppate da multinazionali che difficilmente avremmo intercettato in tempi brevi nelle nostre università.

 

Parlando di Istituti tecnici, come giudica chi sceglie questo percorso scolastico?

Gli Istituti tecnici sono sicuramente un ottimo investimento per il futuro, c’è bisogno di formazione tecnica che deve essere sviluppata in equilibrio con quella umanistica per non creare sbilanciamenti formativi sui nostri ragazzi che rappresentano anche il nostro futuro. Io sto cercando anche figure umanistiche da inserire nei progetti perché credo che le contaminazioni culturali, se opportunamente guidate, siano un importante valore aggiunto. Ribadisco che la collaborazione tra Università e Istituti tecnici è importante: a Bologna si sta sviluppando la tecnica con le nanofibre per realizzare materiali per le mascherine, avrà un forte impatto sulle macchine automatiche, e per avere una crescita economica equilibrata di questo settore ci sarà bisogno di periti. Già con l’Istituto Aldini e Valeriani abbiamo attiva una collaborazione per sviluppare macchine e formazione nell’ambito delle nanotecnologie che sarà fondamentale per il futuro tecnologico legato ai nuovi materiali inclusi quelli per le mascherine.

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